It, come si sa, è un romanzo di Stephen King pubblicato nel 1986. Ne hanno tratto una prima serie negli anni ’90 e un vero e proprio film recentemente, diretto da Andrés Muschietti e diviso in due parti (come d’altronde anche il libro).

Stephen King
Vorrei azzardare una breve riflessione riguardo un’apparente somiglianza fra l’universo di Lovecraft e quello di King.
Che King sia debitore di Lovecraft è indubbio, e d’altronde chiunque voglia davvero cimentarsi nell’horror di un certo tipo non può prescindere da Lovecraft, il maestro indiscusso del Novecento. Entità aliene provenienti da altri universi, esseri divini cosmici e l’orrore della loro reale essenza che la mente umana non può né comprendere né accettare.
Tuttavia, in questa apparente somiglianza si cela la profonda differenza fra i due autori. Naturalmente, non mi riferisco ai nomi delle entità cosmiche, alle loro caratteristiche, ai protagonisti scelti, ecc…
Mi riferisco alla concezione di base che, a mio parere, c’è in King. Tutto considerato, King è un ottimista. It, il terribile mostro dagli infiniti aspetti che riflette le paure delle persone, può essere affrontato e sconfitto. La paura, ovvero, può essere vinta. Bill, pur temendo il mostro, fa ciò che deve, è coraggioso, e il coraggio è proprio questo: compiere il proprio dovere anche se si ha paura. Da questo punto di vista, il finale del film di It richiama molto il finale de Le cinque Leggende, in cui l’Uomo Nero viene definitivamente sconfitto proprio perché i protagonisti sono riusciti a vincere le proprie paure. In effetti, al termine del libro (e al termine del secondo film) It muore. It, l’orrore cosmico, il male che non è spiegato, muore, viene sconfitto definitivamente. La paura può essere superata e ciò porta alla vittoria.

Howard Phillips Lowecraft
Ciò in Lovecraft non avviene. Certo, ci sono parecchi racconti in cui il protagonista, o i protagonisti, riescono alla fine ad arginare il male e, apparentemente, a vincerlo (L’orrore di Dunwich per fare un esempio). Ma sono vittorie effimere, inconsistenti, che non intaccano minimamente la sconfinata e oscura potenza degli Dèi Esterni. Per un momento si tiene sotto controllo il male, ma non ci si libera da esso e tanto meno lo si sconfigge davvero. Il lieto fine, in Lovecraft, anche quando è presente, è fragile come una lastra di vetro ed effimero come un castello di sabbia in riva al mare.
Queste due visioni profondamente diverse si manifestano chiaramente nelle concezioni delle divinità presenti sia nell’universo di King sia in quello di Lovecraft.
In King, infatti, affianco al male puro che è It, abbiamo anche la benevola Tartaruga (non presente nel film) e l’Altro, entità benefica anche se non prende attivamente parte alla lotta contro il male. Gli dèi buoni ci sono, gli esseri umani non sono soli, anche se poi si richiede loro la forza e il coraggio per vincere il male, proprio come fanno i Perdenti.
In Lovecraft tutte le entità divine e semidivine sono malvagie o, se va bene, indifferenti. Non hanno alcuna considerazione dell’uomo, che semmai sfruttano, e sono talmente aliene e terribili da distruggere la mente umana che vi si approssimi troppo. Non ci sono entità positive in Lovecraft, non c’è un bene che vince il male. Il lieto fine, in realtà, non può esistere.
Lovecraft, si sa, era un pessimista e il suo horror è colmo di questo. Il mondo di King è molto più rassicurante e luminoso e, in tal senso, sono due generi di horror che, seppur superficialmente simili, possiedono una profonda differenza sostanziale.