Parlando con un collega di Lettere (che ringrazio per i confronti interessanti che spesso abbiamo), ci è capitato di soffermarci sulla saga de: “Il Ciclo dell’Eredità” di Christopher Paolini, in particolare sullo scontro finale tra Eragon e i suoi alleati e il re Galbatorix.

Personalmente ho apprezzato il modo in cui l’antagonista viene sconfitto, così come ho apprezzato l’intera saga. Eragon, ormai in procinto di essere sottomesso, dopo aver tentato ogni mezzo, fa un ultimo tentativo: non per sconfiggere Galbatorix, ma per comunicare con lui, per fargli comprendere il male provocato. In altri termini, potremmo dire per fargli provare empatia, ai massimi livelli. Ciò porta il sovrano a suicidarsi, poiché prova all’improvviso tutto il dolore causato in un secolo di dominio e sterminio.
Riflettendoci, il tema della comprensione dell’altro attraversa l’intera opera ed era pertanto logico che la vittoria di Eragon giungesse attraverso la comprensione e non grazie all’abilità con la spada o a un potere magico superiore.
Nel primo libro, Eragon inizia il rapporto, che sarà centrale per l’intera saga, con Saphira. Non è più chiuso in se stesso, ma comincia il confronto e la conoscenza con un essere del tutto diverso da lui, legato intimamente alla sua stessa mente. In questo libro, inoltre, il protagonista, abbandonata la valle in cui viveva, inizia ad avere una visione più ampia, incontrando popolazioni umane diverse, vedendo luoghi nuovi e magnifici. Il suo orizzonte inizia ad allargarsi. In questo libro c’è anche lo scontro con Durza e, a un certo punto, avviene il contatto tra i due: Eragon vede il passato dello Spettro, ne comprende le ragioni e gli scopi, tanto che, nel libro successivo, Eragon potrà affermare che Durza, di per sé, non era malvagio.
Nel secondo libro, Eragon conosce la cultura degli Elfi, scopre il loro mondo, le loro usanze, il loro modo di pensare. Incomincia anche a conoscere la cultura Urgali, quella, per lui, più difficile da accettare e comprendere, dati i trascorsi. Gli orizzonti del protagonista si allargano ancora di più.
Nel terzo libro, continua la scoperta della cultura Urgali (mi riferisco al viaggio che Eragon e Nar Garzhvog intraprendono insieme) e in particolare Eragon approfondisce la cultura dei Nani. Ormai Eragon è un giovane maturo e che conosce almeno in parte tutte le razze principali e che combatte in nome di tutte queste razze. Spesso Eragon ribadisce di essere al servizio di tutti e non solo di una singola razza.
Nel quarto libro, Eragon, scoprendo il suo vero nome, si rende pienamente conto che non è più quello che era prima, che ha una visione molto più ampia e profonda e che, anche dopo la vittoria, non potrebbe tornare a vivere nella Valle Palancar come un tempo, e come inizialmente desiderava. In questo libro Eragon approfondisce ulteriormente la cultura dei Draghi grazie ai ricordi che i Draghi antichi condividono con lui. Grazie a tutto questo percorso, Eragon è in grado, alla fine, di affrontare Galbatorix e di affrontarlo nell’unico modo possibile: cercando di fargli comprendere il dolore dell’altro, proprio come ha fatto Eragon nel corso dei libri. Poiché, spesso, è proprio tramite le sofferenze che Eragon riesce a capire meglio l’altro, empatizzando con il loro dolore. Si pensi, ad esempio, a quando Nar Garzhvog gli fa notare che anche gli Urgali hanno sempre sofferto molto a causa degli umani; o al dolore di Saphira che, per gran parte della saga, crede di essere una degli ultimi membri della sua razza; o al dolore degli Elfi per la decadenza che stanno attraversano (le nascite in calo) e per quello che era successo ai Draghi.

La sconfitta di Galbatorix la trovo, pertanto, coerente con lo spirito dell’opera, nonché apprezzabile perché, fin dall’inizio, viene presentato come estremamente potente, e lo è: Eragon non riesce a sconfiggerlo con la forza o la magia. Ma con la comprensione.